mercoledì 25 novembre 2009

Alle ragazzine si fa male in molti modi.

Da "Il Fatto", articolo di Bruno Tinti magistrato in pensione
20 Novembre 2009


"Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina.
Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati.
Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina.
Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.

Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato.
Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese.
Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”.

Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata.

Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce.
“Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’.
Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so è che sono felice di essere scesa”.

Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici.

E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina?"

venerdì 20 novembre 2009

Oroscopo

“Uno dei momenti più importanti della nostra vita è quando incontriamo una mente che ci sconcerta”, scrive Ralph Waldo Emerson. Il mio augurio, Ariete, è che tu possa vivere molti momenti simili nelle prossime settimane. Spero tu possa sentire quel brivido che si prova quando ti pungolano così tanto l’immaginazione da farla sbocciare e, al tempo stesso, esplodere. Per sfruttare al massimo questa fantastica opportunità, metti da parte l’illusione di sapere tutto e spalanca più che puoi la mente del cuore e il cuore della mente"

Riemergendo da contesti di ordinaria claustrofobia leggo, per puro piacere di leggere, questo oroscopo.
Perchè mi piace come è scritto.
Non credo ai "presagi astrali", alle "case", alle "congiunzioni"...
Però mi offre spunti di riflessione.

Mi ha scritto un'amica, sconfortata. L'ho letta come se leggessi me stessa.
Avevo bisogno di quelle parole. Mi sono accorta che le attendevo da tempo.
Parole di verità in un momento in cui mi sentivo sopraffatta dalle menzogne, dalla professionalità, dalla razionalità, dalla cecità di altre parole.
Parole scritte con mestiere. Ad arte. Per non scoprirsi, per proteggersi.
Legittime. Estranee. Necessarie. Probabilmente.
Non per me.
Smantellare sovrastrutture, apparenze, compiacenze andrebbe fatto più spesso (e volentieri, quello sempre).
"E' nella nudità che il tentativo si compie e si plasma"

Forse si deve soffrire davvero perché le parole siano poi più vere?
La gioia ci da accesso lo stesso alla parte più vera di noi. Ma perchè iniziamo ad analizzare ciò che ci accade solo quando proviamo dolore?
Perchè dimentichiamo tutto e non ci "osserviamo" quando siamo felici?

Le parole vengono da persone con un corpo, uno sguardo, una bocca, un odore, un modo di ridere e un modo di stupirsi che commuove. Allora, sottopelle, circolano e infettano: i grovigli, i rovelli sono tutti nell’angolo. In attesa.

Le ho riposto. Come se rispondessi a me stessa.

martedì 17 novembre 2009

Venti d'Australia





"Spira di tanto in tanto un vento forte e freddo da queste parti.
Viene da sud e sferza il viso con forza, agita i capelli e i pensieri.
È un vento che porta confusione nella testa.
Qualcuno a volte dice, rabbrividendo, che è arrivato l’inverno. Altre volte, sorridendo, che è un vento di primavera.
Affermazioni che mi mettono dentro inquietudine.
Gli inglesi hanno portato tutto con sé: leggi, armi, architetture, animali, sementi, persino le stagioni.
I popoli che vagavano per l’Australia da millenni contavano il tempo al ritmo della terra e avevano ciascuno le loro stagioni, alcune brevi ed altre lunghe, diverse ad ogni latitudine.
Ma quei tempi sono per sempre andati e con la colonia sono arrivate anche quattro stagioni nuove ed esatte, come fossimo a Londra.
Ma prendiamo ad esempio l’inverno, qui sono tempi confusi.
Giornate brevi e calde vengono improvvisamente assediate da una pioggia forte che sembra non avere inizio né fine, come nelle foreste d’Araucanìa dei racconti d’infanzia di Neruda.
Poi l’assedio si rompe, il nemico si ritira e torna il sole, forte e caldo.
Non arriva mai il momento in cui l’inverno prende definitivamente possesso delle cose, quando gli alberi scheletriti sembrano rammentarci il destino comune e la terra gela. Non è come nel canto d’autunno di Baudelaire, metafora dolorosa della vita: “Ancora un poco e c’immergeremo nelle fredde tenebre, addio viva luce di un’estate troppo breve”.
Quello australiano è un inverno fuori corso, con le mimose cariche di fiori.
Spira però talvolta questo vento freddo e forte.
Le nuvole corrono allora veloci nella cornice nitida di un cielo così azzurro e limpido che gli occhi si incantano e il cuore, per un istante, rallenta la sua corsa.
Un cielo così vicino che sembra lo si possa sfiorare, alzando appena il braccio verso l’infinito. Dipinto, come in una tela antica, come non ne ho visti mai, nemmeno da bambina.

Quando spira questo vento freddo tutti digrignano i denti e imprecano sommessamente, tranne il vecchio aborigeno della stazione. Lui lascia che il vento gli scompigli capelli e pensieri. Che gli porti alle orecchie qualche vecchio racconto venuto da chissà dove. Parole appena sussurrate attorno a un focolare nei boschi del sud. Forse urlate camminando su una spiaggia umida, davanti alla solitudine fragorosa dell’oceano. Il sibilo di un boomerang tra il fogliame degli eucalipti, l’agonia del canguro ferito.
Soffia questo vento. Porta tutte le risposte, e improvvisamente mi accorgo che non ne conosco il nome.
È la tramontana, avrebbero detto i miei vecchi. Ma la tramontana viene da nord, porta il gelo delle steppe siberiane e i racconti antichi e spaventosi delle razzie dei mongoli, coi cavalli veloci e le spade insanguinate.
Questo vento fa il cielo limpido e l’animo commosso, ma è senza nome. Non è il libeccio di Montale che sferza da anni le vecchie mura della casa dei doganieri. Piega invece, da sempre, i giovani eucalipti, scuote i cespugli indifferenti, scompiglia capelli e idee.
Non ha un nome, oppure io non lo conosco. Lo aveva forse nelle antiche lingue ormai perdute, distrutte dalla confusione degli armenti e dal fragore dei moschetti. Si abbatte sulla gente nuova che popola queste terre, uomini e donne troppo indaffarati per fermarsi a pensare al nome del vento. Assorti, forse, nei ricordi di altre latitudini.
I venti che increspano le acque del Mediterraneo, hanno nomi antichi e sonori. I marinai che solcarono quel mare videro un dio dietro ogni soffio e ad ogni vento diedero un nome. Disegnarono un giorno la rosa dei venti, odorosa di tutti i profumi che da secoli giungevano alle chiglie delle navi da sponde lontane e agognate.

Tramontana, grecale, levante, scirocco, austro, libeccio, ponente, maestrale.
Nomi che a pronunciarli sembra di recitare un’antica litania, una preghiera senza tempo.
Venti che portano alle orecchie i versi di Omero, le grida di guerra dei Normanni e il richiamo alla preghiera dei muezzin dai minareti del Marocco e della Tunisia.
Portano il canto misterioso delle sirene.
Il profumo del pane con le olive strappato alle tavole dei contadini siciliani, l’aroma del cus-cus fumante dagli splendidi piatti d’Algeria e le risate dei nomadi seduti attorno al fuoco del bivacco alla sera. Portano la fraganza del rosmarino dalle dune sarde e il profumo delle erbe del maquìs corso.
Forse gli anglosassoni sono troppo razionali per perdersi a dare un nome all’aria che soffia inevitabile. O forse noi siamo troppo antichi e ci siamo nutriti di troppe leggende, miti e poesia.
Eppure col vento i ricordi affiorano incontenibili, scorrono davanti agli occhi come in un film.
La mia città, nelle lunghe giornate estive di scirocco. Ci si muove come immersi in un fuoco inestinguibile, con l’aria bollente che ci avvolge. Un velo sottile di polvere gialla ricopre tutto e ogni passo si fa doloroso. Finché d’incanto il vento d’improvviso cessa. La città resta sospesa in una calma innaturale e il silenzio l’invade.
Gli inglesi non pensarono a dare un nome ai venti che battono queste coste ma forse, nel tempo del sogno, avevano significati e nomi che mai sapremo. Forse avremmo potuto inventarne noi che veniamo dal Mediterraneo, noi che abbiamo un nome per ogni vento e un dio che li faceva soffiare, per portare ai marinai la buona e la cattiva sorte.

Ma in fondo il tempo del sogno è finito anche per noi.

Resta quasi solo il tempo del rimpianto.
Resta il vecchio aborigeno della stazione, a sognare nel vento. Cammina assorto lungo le banchine guardando i binari, scende verso il viale alberato, con le chiome agitate come un oceano verde. Forse immagina impronte di piedi nudi nella sabbia di una spiaggia deserta, con l’oceano che ruggisce maestoso. Guarda il sole brillante, le nuvole in fuga verso chissà quali cieli, verso l’infinito. Il vento gli carezza la testa e gli scompiglia le idee e lui può scordarsi per un po’ la tragedia umana e sentirsi sereno, in armonia col mondo che lo circonda.

Si prepara a dire addio alla viva luce di un’estate troppo breve, ma guarda il mondo attorno a se e vorrebbe gridare: “chiedo il permesso di nascere”.
È stanco delle mille banalità tediose della vita ma non del vento, neanche di questo vento senza nome.

Non del sole, del cielo, delle stelle, dell’amore.

Ancora gli giungono all’orecchio voci e racconti antichi.
Ascolterà, fino a quando non sarà il vento a dirgli, in un soffio, “è tempo ch’io ti lasci”. "

giovedì 5 novembre 2009

To my friend

Non ci credo che non hai capito.

Vieni qui vicino, appoggiati, le senti le mie mani sugli occhi?

Ora mi avvicino di più e ti carezzo con la testa come i gatti, da dietro.

Lo senti il mio respiro? E' tuo, e tu ci sei dentro.

Te lo dico all'orecchio come fanno i bimbi,

te lo sussurro... l'opposto di amore è paura.


Slowly, softly falling,
falling down in silence to the ground
all the world is falling
all the blue from me and you




ultimamente sono musicalmente monotona, pazienza :-)

martedì 3 novembre 2009

La più bella novella mai raccontata...


Sei mia Sorella

Sei mia sorella, siamo nate
Così innocenti, così bisognose
Alcune volte siamo state amiche,
altre sono stata crudele
Ogni notte ti chiedevo di vegliarmi nel sonno
Avevo così tanta paura della notte
Sembrava che tu attraversassi i luoghi da me temuti
Vivevi nel mio mondo così dolcemente
Protetta solo dalla tua naturale bontà
Sei mia sorella
E ti amo
Che tutti i tuoi sogni possano avverarsi
Allora ci sentivamo così diverse
Ma poi negli anni così simili
Il modo di ridere o di soffrire
Così tanti ricordi
Ma nulla più si può ottenere dai ricordi
Facce e mondi che nessun altro conoscerà mai
Sei mia sorella
E ti amo
Che tutti i tuoi sogni possano avverarsi
È quello che voglio per te
Si avvereranno



nella foto da sx: io, mio cognato, mia sorella